più calda della stanza e aveva scelto di fidarsi.
Mara rimase immobile.
Non aveva più tenuto in braccio un bambino da quando lei ed Eli avevano perso il figlio prima della nascita. Non si aspettava che quel vecchio dolore, ormai sopito, si ripresentasse, ma lo fece, non come una ferita che si riapre, ma come la terra ghiacciata che sente l’acqua sotto.
La mattina del terzo giorno, la febbre è scesa.
Mara stava macinando il caffè quando sentì un fruscio di stoffa provenire dal letto nell’angolo. Si voltò e vide l’uomo che cercava di mettersi seduto. Riuscì solo a sollevarsi a metà prima che un dolore lancinante gli attanagliasse il fianco, facendogli impallidire il viso.
«Sdraiati», ordinò, attraversando la stanza. «A meno che tu non abbia sviluppato un gusto per svenire.»
La guardò, gli occhi scuri e limpidi ora, acuiti dall’intelligenza nonostante la stanchezza.
«Le mie figlie», gracchiò.
«Vivi. Nutriti.
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